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| L'articolo |
- Prof. Daniele Raggi, Posturologo, Docente c/o Master in Posturologia,
1° Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università "La Sapienza" di Roma.
Esiste una relazione fra problematiche del diaframma, dello psoas e le protrusioni discali?
Il diaframma e lo psoas possono divenire responsabili di lombalgie, protrusioni discali, ernie del disco?
Cerchiamo di dare una risposta a tali interrogativi, iniziando dall'analisi della struttura anatomica del diaframma e dello psoas; dalla loro collocazione e dall'azione che svolgono.
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| Il Diaframma |
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Il diaframma, muscolo impari ed asimmetrico che separa il torace dall'addome, è considerato il muscolo motore principale della respirazione. Ha la forma di volta a concavità inferiore e consta di una parte centrale tendinea, detta "centro frenico", e di una parte muscolare suddivisa in tre porzioni: vertebrale, costale e sternale.
La porzione vertebrale è costituita da due voluminosi fasci di fibre: il pilastro destro, che si inserisce sui dischi intervertebrali L1-L2 e L2-L3 discendendo talvolta sul disco L3-L4, ed il pilastro sinistro, che si inserisce sul disco di L1-L2 e talvolta su quello di L2-L3.
La porzione costale ha la sua origine sulla faccia interna delle ultime sei coste e sulle arcate aponeuritiche, che congiungono gli apici della 10a, 11a, 12a costa e che si inseriscono sul centro frenico.
La porzione sternale è costituita da due fascetti muscolari distinti, derivanti dalla faccia posteriore del processo xifoideo, che vanno a terminare sempre sul centro frenico.
Il diaframma, per riuscire a svolgere la propria funzione di muscolo inspiratore, deve poter disporre di punti fissi e di punti mobili. Infatti, appena le sue fibre si contraggono, la cupola comincia ad abbassarsi (determinando l'entrata di aria) fino a quando incontra la resistenza dei visceri e del tendine sospensore del diaframma. Frenata da tale resistenza, la cupola, che ormai non può più scendere, impone quindi al costato di salire, determinando in questo modo l'aumento dei volumi toracici.
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| Lo Psoas |
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Lo Psoas (porzione dell'ileopsoas), è un muscolo che flette la coscia sul tronco e viceversa. Ha origine dalle superfici laterali dei corpi della 12a vertebra toracica e dalla 1a alla 4a vertebra lombare, inserendosi sul piccolo trocantere. Dunque scavalca tutte le articolazioni del tratto lombare, la sacroiliaca e l'anca.
La contrazione dello psoas, a seconda di quale parte funge in quel momento da punto fisso, va a determinare la flessione dell'anca oppure quella del tronco sulla coscia.
Ci domandiamo ora: in che modo l'azione indipendente o combinata di questi due muscoli può trasformarsi in patologia?
E' doveroso ricordare che ogni muscolo del corpo, per sua natura, ha la tendenza ad accorciarsi. Basta osservare cosa succede se per un po' di tempo non facciamo movimento o stretching, oppure teniamo un arto immobilizzato: ci troveremo sempre con muscoli troppo corti, retratti, mai con muscoli troppo lassi.
Cosa significa questo processo, e come avviene?
I muscoli, nessuno escluso, possono agire per svolgere le proprie funzioni solo grazie a contrazioni, dunque in accorciamento.
Potranno "riallungarsi" solo ed esclusivamente per mezzo dei muscoli antagonisti o della gravità, ma non certo in modo autonomo.
La retrazione viene facilitata in primo luogo da un riallungamento incompleto del muscolo oppure dalla sua permanenza in posizione corta per un determinato periodo (ad es. un'ingessatura). Altri elementi ancora possono esserne responsabili: l'ipocinesia, l'ipercinesia, l'eccesso di tensioni muscolari, le ansie, lo stress, incidenti, traumi, etc. Ognuno di essi è in grado di causare retrazione muscolare, cioè l'accorciamento di un muscolo al di sotto della sua fisiologia, con "fissaggio" in tale posizione per mezzo dell'azione del tessuto connettivo, che a sua volta imbriglia i sarcomeri in parziale chiusura.
Ora immaginiamo il nostro diaframma all'opera: per ragioni di stress, tensioni, ansie, etc, esso si ritrova ad avere l'espirazione sempre frenata… pensiamo ad un ansioso, che non emette mai un sospiro di sollievo o di liberazione! Anche il diaframma, come ogni altro muscolo, è quindi passibile di retrazioni.
Anzi, è cosa assai difficile trovare una persona, il cui diaframma goda della libertà di movimento che gli è propria. Ciò è dimostrato dall'esperienza clinica e dalla semeiotica, e ciascuno di noi potrà sperimentarlo personalmente; basta testare il diaframma dei propri pazienti, come approfondiremo meglio di seguito.
Ora, data la sua conformazione anatomica, non è difficile intuire che se il diaframma diventa retratto, manterrà costantemente in essere una tensione, una forza coattante tra i suoi punti di origine ed inserzione, anche quando non è in fase attiva.
Ecco che possiamo comprendere come le prime vertebre lombari vengano compresse le une contro le altre e tutte trazionate verso l'alto/avanti, per opera dei pilastri del diaframma.
Per esempio, la 12a toracica viene compressa dalla 1a lombare ad opera del pilastro che vi si inserisce, e questa viene a sua volta compressa dalla 2a, e così via.
Allo stesso modo dobbiamo osservare lo psoas. Analizzando l'origine delle sue fibre, la direzione delle stesse e dunque la sua azione, sarà facile comprendere come la 12a vertebra dorsale possa comprimere la 1a vertebra lombare ad opera dei fasci più alti, e come questa a sua volta possa comprimere la 2a e così via fino alla 4a lombare (per alcuni autori anche la 5a).
Osservando questi due muscoli insieme, vedremo come l'inserzione del diaframma e l'origine dello psoas costituiscano un braccio unico la cui azione finale, se contemporanea, avrà come risultante una forte compressione sul tratto lombare. Se poi prendiamo in considerazione il fatto che le retrazioni muscolari esercitano costantemente un'azione coattante, è facile comprendere come il tratto lombare possa risultare esposto ad un rischio continuo di compressioni, dunque algie, protrusioni, ernie del disco.
Naturalmente in questo gioco muscolare concorrono altri muscoli, quali il quadrato dei lombi, il gran dorsale, gli addominali, e tutti quelli appartenenti alla catena muscolare posteriore.
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| La protrusione discale |
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Una protusione discale è il frutto di una compressione, di uno schiacciamento del disco intervertebrale, che tende con il tempo a perdere le caratteristiche di cuscinetto ammortizzatore, deformandosi. Questa deformazione può compromettere l'integrità funzionale dell'articolazione vertebrale, debordando oltre il corpo vertebrale stesso, potendo comprimere il midollo o le radici nervose. |
| Una proposta operativa |
Ogni qualvolta ci troviamo di fronte a patologie di origine compressiva, bisogna inevitabilmente ripristinare la lunghezza muscolare per ridare agio e libertà alle articolazioni.
Una proposta operativa, che rispetta tali concetti e che risulta decisamente funzionale, è "l'allungamento muscolare globale decompensato".
Per globale si intende un'azione di allungamento che agisce sulle catene muscolari (quindi non analitico); decompensato in quanto tale metodica non consente quei compensi antalgici che il corpo mette in atto come difesa durante la fase di allungamento.
Come intervenire operativamente?
Questa foto mostra l'esecuzione di una manovra di inibizione dello psoas, con l'utilizzo di un supporto denominato Pancafit; in questa postura la zona lombare è volutamente delordotizzata al fine di pre-tendere la parte alta dello psoas, mentre la posizione degli arti inferiori permette di ottenere una detensione dello psoas tale da determinare un'azione inibente dello stesso.
Quale passo successivo, ecco come si può intervenire con un'azione di fibrolisi sullo psoas, la cui individuazione e azione è facilitata dal sollevamento dell'arto inferiore.
L'ultima foto mostra una manovra decisamente efficace sul diaframma, per la particolare postura ed azione che ora descriveremo.
Innanzitutto la zona lombare è a contatto con il piano di appoggio posteriore e la posizione degli arti inferiori è tale da creare un'azione di allungamento della catena muscolare posteriore. Non solo: la posizione pressoché orizzontale del tronco (sfruttando l'azione della gravità sull'addome), fa si che i visceri agiscano e sospingano la cupola diaframmatica verso l'alto, proprio nella direzione dell'allungamento delle fibre del diaframma stesso.
A tale azione già di per se valida e notevolmente efficace, si può aggiungere l'intervento manuale del terapista, che determina un'ulteriore azione di allungamento del diaframma. Infatti si potrà avvertire immediatamente su tutto il dorso una sensazione di maggior efficacia che si può manifestare anche in distretti lontani dal punto in cui si sta effettuando l'azione terapeutica.
Infatti, un diaframma che ha perduto la propria lunghezza ed elasticità, avrà perduto anche la libertà di azione, e per questo sarà stato vicariato nelle sue funzioni da muscoli accessori respiratori. Dunque questo lavoro di sblocco sarà avvertito in modo positivo anche dal tratto cervicale. Naturalmente, questo è solo un piccolo esempio, dato che il diaframma ha una influenza ed una interazione di importanza "vitale" sull'intero corpo o per meglio dire sulla persona nel suo insieme.
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